Big Tech e intelligenza artificiale: il monito dei vescovi Usa contro l’«avallo etico» alle multinazionali
17 maggio 2024, Renania Settentrionale-Vestfalia, Colonia: una persona lavora al computer con sullo schermo un'immagine illustrativa generata dall'intelligenza artificiale (Foto di OLIVER BERG / DPA / dpa Picture-Alliance via AFP)
Nel cuore pulsante dell’innovazione tecnologica globale, laddove le promesse dell’intelligenza artificiale si intrecciano a vertiginosi interessi finanziari e a un potere di condizionamento sociale privo di precedenti storici, la Chiesa cattolica statunitense alza la voce per ribadire un principio di irrinunciabile libertà evangelica: l’annuncio cristiano non può prestarsi a divenire una comoda patente di rispettabilità etica per i giganti della Silicon Valley.
A tracciare una linea di demarcazione netta è Mons. Oscar Cantú, vescovo di San José in California – diocesi che racchiude l’epicentro delle maggiori multinazionali informatiche del pianeta – e figura di riferimento dell’episcopato a stelle e strisce per le sfide della modernità digitale. Intervenendo sul crinale sempre più scivoloso dei rapporti tra gerarchie ecclesiali e grandi imprese tecnologiche, il presule ha pronunciato un ammonimento che risuona ben oltre i confini d’oltreoceano: «Non diamo il nostro avallo alle aziende».
Il pericolo dell’«ethics washing» e la libertà profetica
Dietro la sintetica fermezza della formula si scorge un’analisi penetrante delle dinamiche in atto. Negli ultimi anni, di fronte a un’opinione pubblica sempre più inquieta per le ricadute antropologiche degli algoritmi generativi e a legislatori che tentano faticosamente di approntare quadri normativi adeguati, le cosiddette Big Tech hanno moltiplicato i tavoli di confronto, i comitati consultivi e le iniziative filantropiche coinvolgendo accademie e istituzioni religiose. Se da un lato il confronto rimane doveroso per orientare lo sviluppo verso il bene comune, dall’altro si profila l’insidia di un sistematico ethics washing: l’uso strumentale del prestigio morale della Chiesa per ammantare di virtù prodotti e piattaforme che continuano a rispondere a logiche di mera estrazione del dato e massimizzazione del rendimento.
Mons. Cantú chiarisce che la presenza della comunità credente in questi contesti non può essere scambiata per una vidimazione acritica. La Chiesa non è un’agenzia di certificazione etica pronta a benedire modelli di sviluppo su cui permangono inquietanti riserve; al contrario, il suo ruolo è quello della sentinella che interroga la tecnica a partire dalla sorte degli ultimi, vigilando affinché il progresso non si converta in un congegno di emarginazione su vasta scala.
Oltre la fascinazione della tecnica: rimettere l’uomo al centro
Il pronunciamento dei vescovi statunitensi si inserisce nel solco degli orientamenti magisteriali che, dalla Rome Call for AI Ethics fino ai recenti interventi di Papa Leone XIV, hanno sollecitato lo sviluppo di una vera e propria «algoretica», capace cioè di inscrivere principi di giustizia, trasparenza e responsabilità sin dalle prime fasi di progettazione degli algoritmi. Tuttavia, il richiamo di Cantú tocca un tasto ancora più scoperto, legato alla prassi quotidiana e alle dinamiche del lavoro: l’automazione dei processi decisionali e l’impiego massiccio di modelli linguistici avanzati minacciano di erodere la dignità professionale di milioni di lavoratori, mentre la delega fiduciaria a sistemi privi di coscienza rischia di disseccare la trama delle relazioni comunitarie, confinando le persone in una solitudine artificiale.
Non si tratta, dunque, di cedere a un anacronistico rifiuto dell’innovazione né di alimentare paure oscurantiste. La questione, squisitamente teologica e sociale, riguarda la sovranità sull’umano: una tecnologia che pretenda di auto-giustificarsi, riducendo la persona a mero fascio di dati predittivi o a consumatore passivo di risposte preordinate, tradisce la sua vocazione originaria di servizio alla vita.
La presa di posizione dell’episcopato americano offre così una lezione di metodo valida per l’intero tessuto ecclesiale, comprese le nostre Chiese locali: frequentare i crocevia del presente con intelligenza critica e apertura al dialogo, ma conservando intatta quella benefica distanza evangelica che impedisce di confondere la sapienza dell’incarnazione con le convenienze del mercato.





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