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Il sigillo della Chiesa sul martire della giustizia: il beato Rosario Livatino proclamato patrono dei magistrati italiani

«Il giudice Livatino - dichiara il Card. Zuppi - si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo servizio alla collettività, è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera».

Con un decreto del Dicastero per il Culto Divino datato 7 ottobre si compie l’iter sostenuto con vigore dai vescovi. Il cardinale Zuppi: «Ha saputo contemperare verità e carità». Dalla sigla «S.T.D.» al sacrificio sulla statale per Agrigento: l’eredità viva di una toga vissuta come vocazione evangelica e rigore costituzionale.

Agrigento, 9 maggio 2021. Il card. Marcello Semeraro presiede la Messa di Beatificazione del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla Mafia. L'immagine del Beato Rosario Livatino. (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Con un decreto emanato lo scorso 7 ottobre dal Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, la Chiesa ha ufficialmente proclamato il beato Rosario Angelo Livatino patrono dei magistrati italiani. Si conclude così, con il riconoscimento della Santa Sede, un cammino di discernimento lungamente accompagnato e promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, la quale ha fatto propria l’istanza del Comitato promotore scorgendo nella testimonianza del giovane magistrato siciliano non soltanto un martire elevato agli onori degli altari, ma una bussola luminosa e un intercessore singolare per quanti, nell’esercizio quotidiano della giurisdizione, portano sulle spalle il gravoso ufficio di amministrare la giustizia.

A scandire il significato ecclesiale e civile della decisione sono le parole con cui Papa Leone XIV ha inteso qualificare la figura di Livatino, additandolo quale «primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire», suggellando in tal modo la perfetta sovrapposizione tra la fedeltà ai doveri dello Stato democratico e l’offerta della vita in odium fidei. Un’armonia che il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha tratteggiato evidenziando lo spessore etico di una testimonianza senza sbavature:        

«Il giudice Livatino si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo servizio alla collettività, è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera».

«Sub Tutela Dei»: il profilo di una toga senza compromessi Nato a Canicattì nel 1952 e cresciuto in un ambiente familiare intessuto di decoro e riservatezza, Rosario Livatino ha incarnato l’antitesi esatta di quella retorica mediatica che, con formula riduttiva ancorché celebre, pretendeva di etichettare come “giudici ragazzini” i magistrati impegnati in prima linea contro la criminalità organizzata. Dietro l’apparente mitezza e una riservatezza aliena da ogni ricerca di visibilità, si celava in realtà un giurista di straordinaria caratura dottrinale, capace di penetrare con lucidità analitica i meccanismi finanziari e le ramificazioni territoriali della mafia agrigentina e delle neonate “stidde”.

A sostenere quel lavoro minuzioso e solitario non vi era una sterile ostentazione di intransigenza, ma un intimo radicamento nella preghiera. Ne facevano fede quelle tre lettere tracciate a penna in cima alle pagine delle sue agende personali, S.T.D. (Sub Tutela Dei), sigla che non rappresentava un vezzo devozionale, bensì la consapevolezza sorgiva che ogni atto compiuto dall’uomo – e a maggior ragione l’atto tremendo del giudicare il proprio simile – si colloca sotto lo sguardo misericordioso e giusto dell’Eterno. Livatino concepiva la propria professione come una vocazione laicale: prima di varcare la soglia del tribunale di Agrigento, era consuetudine vederlo sostare silenzioso nella chiesa di San Giuseppe, affidando al Signore l’angoscia e la responsabilità delle decisioni che avrebbero inciso sulla libertà e sul destino delle persone.

Per il giovane magistrato, la giustizia non poteva ridursi a un arido congegno sanzionatorio o a una vendetta codificata. Nelle sue conferenze – rimaste tra le pagine più limpide della riflessione giuridica del Novecento italiano – ammoniva che per giudicare occorre essere moralmente irreprensibili, ma al contempo capaci di comprendere l’imputato, separando sempre il peccato dal peccatore e mantenendo intatta la speranza della redenzione. Giudicare, ripeteva, «è pregare, è farsi tramite della giustizia di Dio», senza mai smarrire quella carità che impedisce alla legge di trasformarsi in una mannaia disumana.

Il martirio sulla statale e la fecondità del sangue La mattina del 21 settembre 1990, mentre percorreva senza scorta la statale 640 che da Canicattì conduce ad Agrigento a bordo della sua vecchia utilitaria, Livatino venne affiancato e crivellato dai colpi dei sicari della Stidda. Inseguito tra i campi arsi di contrada Gasena, prima di essere finito dal colpo di grazia, pronunciò verso i suoi giovani assassini una frase disarmata, che ancora oggi scuote la coscienza civile del Paese: «Cosa vi ho fatto, picciotti?». Non un insulto, non una maledizione, ma l’interrogativo evangelico che poneva i carnefici di fronte al vuoto insensato del loro crimine.

La beatificazione proclamata nel maggio del 2021 ad Agrigento aveva già riconosciuto la natura intrinsecamente cristiana di quel sacrificio, rigettando l’idea che la fede possa essere confinata a un fatto meramente privato. Con la designazione a patrono dei magistrati, la Chiesa addita ora Livatino all’intera magistratura repubblicana come modello a cui guardare nell’ora presente: un monito severo contro le tentazioni del corporativismo, del protagonismo giudiziario e dell’asservimento alle convenienze di parte, e al tempo stesso un incoraggiamento a riscoprire la dignità della funzione giudiziaria come servizio disinteressato all’uomo e alla verità. Nel beato di Canicattì, la Repubblica e la Chiesa riconoscono il volto più nobile di un’Italia che non si piega, dove il rigore della norma trova il suo compimento nell’amore operoso per il bene comune.

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